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LA STORIA DI VARZI

paesaggio1L'uomo fece capolino nell'Oltrepò Pavese fin da tempi antichissimi. Ai nostri avi non mancarono, infatti, buoni motivi per recarsi in questo territorio: caccia, rifugio, conquiste, manovre politiche...

Già agli albori della storia, i primitivi si spinsero probabilmente dalle sponde del Tirreno in queste zone, in cerca di un entroterra meno "ostile". E le alture dell' appennino ligure, là dove si fanno più dolci per gettarsi infine nella pianura, dovettero apparir loro un ottimo compromesso, in grado di garantire a un tempo sicurezza, cibo e quello che allora doveva esser considerato agio. Ecco allora che i poggi dell'Oltrepò andarono popolandosi di tribù e antiche genti, di cui oggi restano preziosi ritrovamenti archeologici. Alcuni riguardano proprio la valle Staffora che - seppur consegnata alle glorie della storia soltanto più tardi, quando cioè in epoca medievale il marchesato dei Malaspina ne fece con Varzi un'importante arteria commerciale e strategica - fu in realtà protagonista anche nelle ere primordiali. La presenza umana lungo le sponde del torrente Staffora già in età neolitica (1800 a.C.), infatti, è testimoniata dal ritrovamento, in più zone, di attrezzi e armi in pietra levigata.
Di particolare rilevanza storica sono i reperti rinvenuti del tutto fortuitamente in una grotta sulla vetta del monte Vallassa, a metà tra la val Curone e la valle Staffora, ma amministrativamente e topograficamente appartenente a quest'ultima.
Quanto rinvenuto nella spelonca ha permesso non solo di attestare l'insediamento umano nell'era della pietra, ma ha stimolato anche ricerche approfondite negli immediati dintorni. Si è così potuto ricostruire che, abbandonata la grotta, l'uomo primitivo costruì nelle vicinanze abitazioni all'aperto attribuibili all'Età del bronzo (1500-1000 a.C.). La ricostruzione cronologica della civiltà insediatasi sul Vallassa prosegue con ritrovamenti dell'età del ferro (1000 a.C.).
Attorno al VI secolo a.C. dovette quindi sorgere qui un intero villaggio organizzato, sebbene non ancora fortificato; il castelliere viene infatti fatto risalire al III secolo a.C.
All'età del ferro e alla presenza dei Liguri in valle Staffora si rifanno anche altri ritrovamenti, di minor entità ma non di minor importanza.
Tra questi, anche le asce lisce rinvenute nel 1961 a Castellaro di Varzi.
Fatta eccezione quindi per qualche "esploratore" occasionale e per i primi spontanei e tribali insediamenti umani, si può asserire che le prime forme di civiltà organizzata in valle Staffora si devono agli antichi Liguri, fiera stirpe proveniente dalla Gallia meridionale.
Nonostante il lungo dominio, poco è dato sapere con assoluta certezza sui loro usi e costumi, trasmessi ai posteri soltanto dagli scrittori classici. Certo è che furono bellicosi, avvezzi alla battaglia, che spesso affrontavano come mercenari. Lo racconta Tito Livio ma lo confermano anche gli eventi storici, prima fra tutte la fiera resistenza opposta alle mire conquistatrici dei Romani.
Ma prima ancora, tra il VI e V secolo a.C., dovettero affrontare l'invasione dei Celti provenienti dalla Gallia, che costrinsero i Liguri a ritirarsi sulle alture appenniniche e ad accontentarsi di quei territori che ancora oggi portano il loro nome (Liguria).
Successivamente, però, le due stirpi optarono per la fusione, originando il popolo celto-ligure ed estendendo i propri possedimenti. In valle Staffora, in particolare, si insediarono i Liguri-Celelati che, concluse le avversità, abbandonarono in tempo di pace le proprie postazioni difensive sulle alture e presero a popolare il fondovalle. Fu allora che lungo le sponde dello Staffora sorse Varzi.
Come accennato, non altrettanto "remissivi" i Liguri si dimostrarono qualche secolo più tardi con i Romani.
Ambiziosi e lungimiranti, i Romani cominciarono nel 238 a.C. con lo sfidare i Liguri della Riviera, ma scoprirono ben presto che il nemico era compatto e che l'attacco andava sferrato anche nell'entroterra. Aggirato l'Appennino, dunque, riuscirono a fondare un presidio militare nei pressi di Clastidium, ovvero Casteggio. La fortuna sembrava allora sorridere alle truppe romane, che vinsero via via i Galli di Casteggio, gli Iriensi di Voghera e le altre tribù stanziate sulle alture che volgevano alla Liguria...

fotoborgoMa i Liguri, come detto, non erano popolo facile a sottomettere e si allearono strategicamente con Annibale e l'esercito cartaginese, giunti nella pianura padana.
I Romani persero così i territori fino allora conquistati e furono sconfitti nella battaglia del Trebbia (218 a.C.).
Ma dopo vicende alterne e storiche battaglie, ad avere la meglio furono infine i Romani, le cui doti di conquistatori hanno scritto la storia...
Sconfitti i Cartaginesi nella storica battaglia di Zama nel 202 a.C., anche la resa totale dei Liguri era ormai solo questione di tempo. E avvenne effettivamente pochi anni più tardi, nel 197 a.C., per mano dei consoli Cornelio Cetego e Quinto Minucio Rufo. Quest'ultimo condusse l'esercito da Roma a Genova e attaccò i Liguri dalla montagna, calando inarrestabile sui borghi del fondovalle, Varzi compreso.
Si spiega dunque storicamente il già citato castelliere del monte Vassalla, presumibilmente eretto dai Liguri nel vano tentativo di opporsi all'avanzata romana. Ma i conquistatori erano decisi a riottenere i territori perduti durante l'invasione di Annibale. Ottenuto quanto propostosi, i Romani si stanziarono dunque nella pianura padana e fondarono le loro colonie militari: Placentia (Piacenza), Clastidium (Casteggio), Iria (Voghera), Dertona (Tortona), Libarna (Serravalle) e Velleia (in val d'Arda, vicino a Piacenza). Quindi procedettero con le grandi opere urbane per cui sono ancora famosi. Fecero innanzitutto costruire le strade di collegamento, il cui tracciato è tutt'oggi quello delle principali arterie di traffico.
Dopo gli anni bellicosi della conquista, la romanizzazione della pianura padana, e dell'Oltrepò Pavese, avvenne dunque in pace, con grande beneficio dei territori conquistati, in termini di opere civili e militari. L'urbanizzazione interessò dapprima e in maniera più consistente la pianura padana dove i Romani, abili agricoltori, trovarono il terreno ideale in cui insediarsi. Sorsero così numerosi centri urbani, nonchè‚ presidi militari, lungo le vie romane. Solo in seguito la romanizzazione interessò le pendici appenniniche, dove la terra meglio si prestava più alla pastorizia che all'agricoltura. Pur tuttavia, questa fascia si riveò di vitale importanza per l'impero che, abbassata ormai la guardia, era più vulnerabile a eventuali invasioni barbariche. Secondo la strategia elaborata dal generale Costanzo, dunque, il fronte militare fu traslocato sui monti appenninici, in un'area meno esposta, più raccolta e difficilmente espugnabile. Lo spostamento della linea difensiva permetteva inoltre di sfruttare a proprio vantaggio, contro gli invasori, quella tenace bellicosità dei Liguri che l'esercito romano aveva sperimentato su di sè.

volteIl contrafforte appenninico si popolò dunque di fortificazioni strategiche, a sbarramento dei principali passi e in linee difensive progressive. Alcuni di questi interessarono naturalmente anche la valle Staffora, che ne vantava tra gli altri uno a Sant'Alberto (di cui resta traccia nell'eremo) e uno a Oramala, proprio là dove in seguito sorse il castello malaspiniano. Non solo di fortificazioni e opere militari si fregiò comunque la valle Staffora all'epoca. Dell'urbanizzazione romana restano pregevoli tracce in particolare nel territorio di Varzi. Tra i reperti rinvenuti nella zona, alcune tombe formate da lastre di pietra rinvenute a Casanova, una delle quali completa di scheletro gigante. Nei dintorni di Nivione sono stati invece rinvenuti cocci di tegole, anfore ed embrici romani appartenuti molto probabilmente non a una tomba ma a un'abitazione. Persino nella stessa Varzi, in località Reponte Superiore, agli inizi dell'800 fu scoperta una tomba romana e, non lontano da quella che oggi è piazza Municipio, un'iscrizione su marmo attribuibile all'epoca. Ma il ritrovamento archeologico di maggior rilievo è certamente quello della Fornace di Massinigo, località già distintasi per il rinvenimento di antiche sepolture.
Per quanto fiorente, acculturato, civilizzato e immenso, l'impero romano, come ben si sa, non si rivelò infine invincibile. Spentosi lo slancio dei militari e risvegliatesi invece le lotte intestine, sul finire del III secolo d.C. l'equilibrio del grande impero andò inesorabilmente incrinandosi, aprendo fatali falde al nemico che ne volesse approfittare. Il che puntualmente avvenne.
Bagnato dal sangue delle guerre civili e smembrato infine nelle sezioni d'Oriente e d'Occidente, l'impero era ormai virtualmente caduto quando a più riprese l'invasione barbarica calò sui suoi territori.
La calata dal nord non risparmiò nemmeno l'Oltrepò e la valle Staffora, presa di mira prima dai Visigoti (401 d.C.), quindi dagli Ostrogoti (404 d.C.) e infine dagli Unni (una quarantina d'anni più tardi). Della proverbiale devastazione di questi ultimi fecero esperienza in particolare Pavia e Voghera, rase al suolo.
Solo l'intervento miracoloso di Papa Leone I fermò la furia di Attila e lo convinse a ripassare le Alpi. Altre distruzioni e invasioni vennero e non furono che il preludio all'avvento - dopo una breve parentesi in cui l'Italia tornò a essere provincia dell'impero romano - dei Longobardi (568 d.C.). E' con loro che crollano infine le istituzioni romane, in favore di una nuova società barbarica.
A capitale del nuovo regno fu eletta Pavia. Anche nel caso dei Longobardi, i Liguri stentarono a darsi per vinti e cedettero soltanto dopo 80 anni di resistenza i propri territori, valle Staffora compresa. E' probabile addirittura che in quel frangente tornassero utili ai Liguri i provvedimenti strategici dell'imperatore Costanzo ed è possibile, quindi, che Varzi, protetta all'interno della famosa linea difensiva, fosse all'epoca sede di una consistente guarnigione bizantina, ultima propaggine dell'impero romano pronta a fronteggiare l'invasore. A conferma della presenza bizantina in Varzi ci sarebbe anche la devozione a San Giorgio, patrono del paese, le cui origini si rintracciano però in Oriente, dove il leggendario cavaliere di Cappadocia fu eletto a protettore dell'esercito nel conflitto contro i barbari.

volte2Dopo l'era di Alboino e dei suoi successori venne quella di Carlo Magno, che diffuse in Italia il feudalesimo. E furono proprio quelli spesso erroneamente definiti come i "secoli bui" a portare il periodo più luminoso a Varzi. Fu nel Medioevo infatti, sotto la guida dei Malaspina, che l'antico borgo conobbe il suo periodo più florido e splendido. Il sistema feudale portò ben presto a uno smembramento del territorio in singole proprietà, di grandi o piccole dimensioni, praticamente autonome dal controllo regio in fatto di governo come anche di difesa. Ecco allora comparire un po' ovunque anche in valle Staffora castelli e fortificazioni, che avevano spesso il duplice scopo di difendere il feudo e di alloggiare degnamente il feudatario. Nei soli dintorni di Varzi sono giunti fino ai giorni nostri il castello di Oramala, quello di Pietragavina e naturalmente quello situato nel cuore del borgo stesso.
Proprio quest'ultimo, che ancora veglia con la sua alta torre sull'abitato, fu nel Medioevo, e più precisamente a partire dal 1275, sede del potente Marchesato di Varzi. Artefici e abili registi di tanto, crescente potere furono appunto i marchesi Malaspina, nobile famiglia di antichissime origini e di radici longobarde. Tornata definitivamente in valle Staffora alla fine del X secolo, dopo essersi spinta fino in Toscana, la famiglia Malaspina, già in odore di potere, prese a fortificare non solo la propria dimora di Oramala ma anche altri punti strategici della valle, come il colle Nazzano, il passo Pregola, Montalfeo, Sagliano, Godiasco, naturalmente Varzi e pressoché‚ tutte quelle che oggi sono le sue frazioni: Nivione, Cella, Monteforte, Pietragavina. Prendeva così forma il sistema sì difensivo, ma soprattutto di controllo sul territorio, il cui attraversamento era soggetto al pagamento di un pedaggio. Fu quello un espediente assai proficuo, in quanto la valle Staffora era all'epoca itinerario prediletto dai grandi traffici commerciali provenienti dal porto di Genova e diretti ai principali centri della val padana, Pavia e Milano in testa.
Passava di qui anche la "Via del Sale", impervio e nevralgico canale di diffusione delle merci più richieste, primo fra tutti il prezioso salgemma ma anche tessuti, spezie, gemme e metalli.
Proprio il controllo sulle principali arterie dell'epoca garantì il mantenimento del potere ai Malaspina anche quando, in seguito a complicate e alterne vicende di successioni e donazioni, persero parte dei territori precedentemente retti dal casato. A una svolta decisiva si giunse solo nel 1124, con l'avvento di Alberto II di Obizzo, detto il Malaspina.
Mentre nel resto d'Italia il feudo si disgregava inesorabilmente in favore dei Comuni, la valle Staffora sembrava immune dai nuovi eventi e i Malaspina si guardavano bene dal lasciarsela sfuggire. E proprio nel casato ben insediato Federico I Barbarossa, in lotta contro i nascenti Comuni, trovò un valido alleato. Con il benestare dell'imperatore continuava quindi sul territorio stafforese il dominio, e con esso anche i soprusi, dei Malaspina. Ma la decadenza era ormai dietro l'angolo. Morto Obizzo nel 1185, l'alleanza con Parma a nulla valse ai suoi discendenti contro le mire conquistatrici di Piacenza, decisa a ottenere uno sbocco sul mare attraverso le valli del Taro e del Magra. La disputa fu risolta dall'imperatore Enrico VI, che concesse quanto richiesto a Piacenza, con l'effetto di smembrare in due il territorio controllato dai Malaspina. I mutamenti non furono comunque drastici, e il casato mantenne un discreto potere in terra stafforese fino al 1221, quando avvenne al suo interno la storica scissione da cui "germogliarono" le due casate del Ramo Secco e dello Spino Fiorito, con chiaro riferimento ai rami entrambi spinosi, ma comunque diversi, che contraddistinsero da allora in poi i rispettivi stemmi, comunque sormontati dall'aquila grifagna dell'imperatore Federico.
Ma altre divisioni seguirono. E una in particolare segnò, in positivo, il destino di Varzi, vissuta fino ad allora all'ombra di Oramala.

Un dettagliatissimo atto del 7 giugno 1275 attesta l'ulteriore smembramento del già ridotto feudo di Oramala in tre possedimenti, affidati rispettivamente ai marchesi Alberto, figlio di Opizzino, Francesco, figlio di Bernardo e nipote di Opizzino, e ai fratelli Gabriele e Azzolino, figli di Isnardo. Da questi ultimi nasce il fortunato Marchesato di Varzi, sotto lo stemma dello Spino Fiorito.
E' dunque il 1275 l'anno della svolta per Varzi, sede di un potente marchesato il cui territorio si estendeva da Bagnaria fino all'alta val Trebbia, in val Borbera e in val Curone. Quel piccolo e modesto gruppo di case su cui il ceppo originario dei Malaspina solo in tempi di assoluta sicurezza (quando il casato vantava cioè l'amicizia del Barbarossa) aveva impresso lo stemma dello spino secco, si risvegliò quindi all'improvviso centro nevralgico del marchesato e adeguò ben presto il proprio impianto urbanistico al nuovo ruolo.
Il nucleo cittadino fu quindi spostato dalle sponde del torrente e dalla zona del mercato tutt'attorno al castello. In pochi anni quel timido insediamento si trasformò nel centro più importante di tutta la valle e persino delle valli limitrofe. Gli studi parlano di 400-500 abitanti entro il borgo fortificato, che andò comunque sempre più espandendosi. Sede di potere, centro commerciale, punto di riscossione dei pedaggi, la nuova Varzi modificò rapidamente il proprio volto: si moltiplicarono uffici, negozi, magazzini.
Potere e floridezza portarono però inevitabilmente entro le mura anche disordini, ruberie e conflitti che resero infine necessario emanare degli Statuti che regolassero la vita civile, penale e amministrativa del borgo.
Sul finire del XIV secolo, quando Gian Galeazzo Visconti signore di Milano cominciò a guardare con nuova curiosità a quelle "oasi" amministrative che erano rimaste le terre di valle Staffora, ebbe inizio anche per l'isola felice di Varzi un periodo incerto, contraddistinto da lotte interne e nuove scissioni. Parte dei Malaspina si schierò a favore dei Visconti e parte contro. Vicende alterne portarono quindi nel feudo la dinastia Dal Verme dapprima e gli Sforza, succeduti ai Visconti a Milano, poi. Proprio come i loro castelli, teatri martoriati di numerose e sanguinose lotte, lentamente i Malaspina di Varzi finirono col cadere vittime delle lotte interne prima ancora che del fuoco nemico. E' del 1369, infatti, l'ennesima scissione della stirpe, avvenuta in seno al ramo di Varzi. La consistente fetta di storia che segue, fino a quando Napoleone nel 1797 soppresse con il suo editto tutti i feudi e li annesse alla Repubblica Cisalpina, vede Varzi come una sorta di "paradiso fiscale" dove però, accanto a soldi e affari facili proliferavano anche truffe e omicidi. Oggi il centro dell'Oltrepò è certamente più sicuro e tranquillo, dedito com'è al turismo, che ne apprezza i paesaggi riposanti, il clima salubre, il ritmo sapientemente lento, non senza una punta di curiosità però per il suo passato movimentato.